Lavorazione della Canapa

Lavorazione Canapa

Lavorazione canapa: tutti i passaggi per ottenere un materiale grezzo resistente e versatile

Per comprendere il processo di lavorazione canapa è necessario conoscere la composizione della fibra, una delle più resistenti e versatili fibre vegetali conosciute.
Le fibre della canapa, utilizzate da varie industrie, si trovano nel perimetro del fusto.

Le primarie, ovvero le più pregiate, chiamate anche “tiglio”, hanno una lunghezza che può variare dai 5 ai 55 mm di lunghezza mentre le fibre corte, meno ricercate, sono di circa 2 mm. Avendo una grande quantità di lignina, le fibre corte non possono essere utilizzate nell’industria tessile o in quella cartaia, essendo troppo dure.
Queste piccole premesse sono essenziali per capire i processi di lavorazione canapa: infatti, in base alla lunghezza della fibra estratta i processi saranno differenti e più o meno lunghi e laboriosi.

Lavorazione canapa: estrazione delle fibre

Lavorazione canapa: la prima fase essenziale è la raccolta. Si tratta di un’operazione che in passato era molto faticosa e gravava sull’agricoltore. Al giorno d’oggi, i processi di raccolta sono stati totalmente meccanizzati e differenziati subordinatamente alla destinazione del materiale grezzo ricavato.

Bisogna infatti considerare che in base alla modalità di raccolta si ottengono due diversi tipi di fibre: quella lunga e quella corta. La fibra lunga, più pregiata, è normalmente destinata all’industria tessile: in questo caso, le fibre della canapa devono essere mantenute parallele l’una all’altra e così devono restare anche nel momento della raccolta, dunque c’è bisogno di una maggiore attenzione e vengono utilizzati i macchinari della raccolta del lino. Nel caso della fibra corta, invece, le fibre vengono semplicemente tranciate disugualmente.

Chiaramente, il processo di lavorazione canapa non si limita alla raccolta. Dagli steli è infatti necessario estrarre la fibra, presente nella corteccia, in modo particolare in una parte della pianta chiamata canapulo, che è la parte legnosa della pianta e che ha la funzione di sostenerla. Questa fase viene chiamata “decorticazione” o “sfibratura“. Per prima cosa, viene estratta dunque la fibra tecnica (o lana di canapa), un materiale grezzo che può essere utilizzato per creare pannelli isolanti, biofeltri, imbottiture e materia prima per la produzione di canapa.

Il discorso è un po’ diverso per quanto riguarda l’estrazione della fibra lunga, per la quale bisogna andare incontro a diversi passaggi, ovvero la macerazione e la stigliatura. La macerazione fa in modo che, in seguito al deterioramento della membrana cellulare, le fibre si separino dagli altri tessuti. Con la stigliatura, invece, si separano meccanicamente le fibre dal resto dei materiali, utilizzando appositi macchinari.

La macerazione è un passaggio fondamentale per la lavorazione canapa. Può avvenire in campo, naturalmente, o in maniera meccanica. Nel caso della macerazione in campo, normalmente avviene in luoghi aperti in cui le condizioni atmosferiche consentono molte piogge e umidità. È un processo che normalmente si completa in 20 giorni.

Ci sono quattro tipi di macerazione industriale. Il primo può avvenire in acqua, immergendo la canapa in grandi quantità di acqua corrente, normalmente in canali e fiumiciattoli. L’acqua corrente permette infatti di portare via il tipico odore che si crea durante la macerazione, particolarmente pungente. È una tecnica ancora in uso, sfruttata soprattutto da chi ha piccole coltivazioni, considerato che questo procedimento implica comunque un notevole utilizzo di risorse e manodopera.

Altra possibilità è la macerazione in acqua calda alla quale viene aggiunta della soda caustica, processo poco sfruttato a causa degli odori nauseabondi che vengono emanati.
Terza tipologia è la macerazione microbiologica: dopo aver eseguito il processo di stigliatura, ovvero dopo la rottura della parte legnosa della pianta e dell’eliminazione di una parte del canapulo, vengono aggiunti dei batteri in grado di degradare la materia cellulare. Si tratta di un metodo molto comodo, poiché meno impattante sull’ambiente e più veloce.

Ultima è la macerazione bioenzimatica, che prevede l’aggiunta di bioenzimi prodotti da funghi o batteri. Questi bioenzimi hanno la capacità di deteriorare la pectina, favorendo così la macerazione. Questo processo è altamente sostenibile poiché produce rifiuti totalmente biodegradabili, non è subordinato all’impiego di tecnologie particolarmente avanzate e restituisce una fibra robusta e di alta qualità.

La trasformazione delle fibre corte e delle fibre lunghe nella lavorazione canapa

Obbligatorie, per ottenere fibre di canapa destinate all’industria tessile, sono la stigliatura e la pettinatura. Fondamentalmente, si tratta di processi che permettono di separare le fibre dal resto delle parti macerate: la stigliatura fa una cernita grossolana, mentre la pettinatura si applica al materiale precedentemente stigliato e serve ad ottenere le fibre definitive. Normalmente, i macchinari utilizzati sono gli stessi che vengono impiegati per la lavorazione del lino.

Il processo di trasformazione delle fibre corte della canapa è leggermente diverso. Si tratta di una fibra meno pregiata rispetto alla fibra lunga. Non è necessario mantenere gli steli paralleli durante la raccolta e possono essere trinciati liberamente, senza particolare precisione. I macchinari utilizzati, anche in questo caso, sono gli stessi che vengono impiegati per la lavorazione del lino.

La cotonizzazione della canapa si presenta come il processo più adeguato per lavorare la fibra corta, anche quella ottenuta dagli scarti di lavorazione. Fondamentalmente, le fibre vengono lavorate come il cotone, dunque vengono ordinate in base alla grandezza e alle caratteristiche tecniche. Il problema di questo metodo sono però le sostanze come la pectina o la lignina: si tratta di elementi estremamente appiccicosi che si trovano tra le fibre della canapa, rendendola particolarmente compatta e resistente. Per isolare una singola fibra è dunque necessario rimuovere queste sostanze.

Il metodo più promettente per ripulire le fibre da queste sostanze è sicuramente quello dell’esplosione a vapore, metodo che prevede che i vapori e gli additivi penetrino nello spazio presente tra le fibre, disciogliendo dunque le eventuali sostanze presenti che poi vengono rimosse con un lavaggio accurato. Le fibre singole, ormai morbide, si separano, ottenendo dunque un materiale grezzo che, precedentemente trattato, verrà poi usato dalle varie industrie.

Perché nel processo di lavorazione della canapa non esistono dei macchinari specifici?

La coltivazione della canapa in Italia sta prendendo nuovamente piede. Si tratta infatti di un materiale particolarmente resistente, che può essere impiegato in vari settori industriali. La canapa però non è ancora riuscita a surclassare altri tipi di coltivazione più diffusi: chiaramente, ciò implica un ritardo negli sviluppi dei macchinari volti alla lavorazione della canapa, motivo per cui vengono spesso utilizzati strumenti dedicati ad altri tipi di lavorazione. In base al prodotto che si vuole ottenere vengono utilizzati diversi macchinari: per l’estrazione dei semi, ad esempio, si usa la classica mietitrebbiatrice, macchinario tipicamente utilizzato per la lavorazione dei cereali.

Talvolta, però, i macchinari dedicati alle altre colture possono incontrare delle difficoltà innanzitutto perché la canapa produce una maggiore quantità di biomassa, in secondo luogo perché i suoi tessuti sono particolarmente resistenti e possono sottoporre i macchinari a un notevole sforzo. Per questo motivo si stanno brevettando nuovi macchinari volti a migliorare e velocizzare la lavorazione della canapa.